"Tornerai in Italia?"
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Ogni tanto, dopo circa un decennio anni in terra nipponica, qualcuno mi chiede ancora se tornerò mai a vivere in Italia.
La mia idea è che sì, tornerei, ma solo se tornare avesse un senso, se ci fosse un progetto o se ricevessi un'offerta vantaggiosa da parte di qualcuno di mio interesse. Questo però accadrebbe anche per molti altri Paesi, tipo l'Australia, l'Inghilterra o persino gli USA.
Mia moglie (giapponese) a volte esterna questo suo incredibile desiderio di trasferirsi in Italia. Poverina bisogna capirla, non ci ha mai vissuto. Per me però ciò vorrebbe dire iniziare a inviare curriculum a destra e a manca al solo scopo di tornare. Questo non lo farò mai: non esiste e mai esisterà né in cielo né in terra, né in tutti i gironi dell'Inferno, cornici del Purgatorio, cerchi del Paradiso, regni elementali o dimensioni parallele che io mi metta nella posizione di questuante, con il cappello in mano a chiedere un lavoro, in un Paese dove poi chi te lo fornisce sembra quasi che ti stia facendo un regalo. Non l'ho fatto quando stavo male all'inizio, figurarsi adesso che ho una carriera avviata e un lavoro piacevole. L'Italia il suo interesse nei miei confronti, pari a zero, me lo ha ben mostrato quando mi laureai diversi eoni fa.
Sì perché io penso che in particolare la mia generazione, quella dei nati negli anni 80, sia stata gettata nello scarico del cesso della Storia italiana, cagata via proprio. Ultima generazione a sperimentare il benessere e l'ottimismo, fummo cresciuti a suon di "studia quello che ti piace" e "intanto prendi il pezzo di carta". (1) Ciò fu esattamente quello che feci: studiai quello che mi piaceva e lo feci anche seriamente, tanto che mi laureai con 110 e lode alla magistrale di Giapponese, dopo aver fatto anche un'esperienza di studio in Giappone. A differenza di altri, quando uscii dall'università io il Giapponese LO SAPEVO, tanto almeno da poter lavorare in un'azienda completamente giapponese, come poi avvenne. Ma questa è un'altra storia.
Una volta laureatomi mi sembrò anche giusto guardarmi intorno come a dire: "Beh ho fatto quello che volevate, ho studiato quello che mi piaceva e l'ho pure fatto bene. Dove sta adesso il lavoro?"
E attenzione perché non stavo chiedendo il tappeto rosso, un impiego di tutto riposo e uno stipendio a cinque cifre. Questa è una narrazione che certi politici danno per buttare tutto in caciara e lavarsi la coscienza. Quello che chiedevo era l'opportunità di continuare a crescere utilizzando le conoscenze già conseguite, guadagnando nel frattempo il necessario per vivere. Altrimenti che senso avrebbe avuto studiare? (2) Partire dalla gavetta, che poi è quello che ho fatto (e per certi versi ancora sto facendo) in Giappone, andava benissimo. Il problema è che in Italia dalla gavetta non sai mai se ne uscirai, in Giappone è possibile invece, checché ne dicano certi emigrati disadattati senza né arte né parte. (3) Questo è anche uno dei motivi per cui la gente espatria per andare a fare lo sguattero a Londra, la mitica figura del lavapiatti londinese, fonte di scherno e ironia da parte di chi rimane. Anche gli emigrati a Londra pensano (a torto o a ragione) di avere maggiori opportunità di crescita lì, pur partendo dal basso. Spaccarsi il culo e mangiare merda va bene, ma ha senso solo se nel frattempo si può lavorare per "cambiare dieta".
Non ci fu alcuna risposta agli ottanta e rotti curriculum che inviai o consegnai a mano in quegli anni. Qualcuno mi dirà che per i laureati in giapponese di lavoro ce n'era e ce n'è poco e che la colpa è mia per essermi scelto un settore "di nicchia", ma sono sicuro che un mio "gemello speculare", un giapponese della mia età laureato in italiano che avesse speso anche un anno in Italia e avesse saputo parlare l'italiano come io parlavo il giapponese, il lavoro nel suo Paese lo avrebbe trovato eccome, forse già anche prima della laurea. (4) Altri sottolineano che emigrare è stata una mia scelta (sottinteso: quindi non mi posso lamentare). Oh certo, anche consegnare il proprio portafoglio a un rapinatore è una scelta, puoi sempre rifiutarti. Se ti spara è tutto a posto suppongo.
Quello che voglio dire è che non fu una scelta libera: da una parte c'era il nulla, lavori precari e magari una partita IVA, dall'altra un lavoro stabile e l'indipendenza, al prezzo però di un "all-in" esistenziale, cioè abbandonando gli amici, la famiglia e l'amore. I primi anni furono umanamente molto difficili.
Tutti questi discorsi mi rimbalzano nella mente quando considero il mio eventuale ritorno in Italia. A quel punto diventa anche una questione di orgoglio: dovrei scegliere APPOSTA di tornare in una società che mi ha venduto un futuro mai realizzato e che mi ha invitato a formarmi in una certa maniera, sbeffegiandomi poi per averle dato retta? Lasciamo proprio perdere.
Tornerei quindi? Con un progetto vantaggioso forse, ma dovrebbe almeno valere la pena di un trasloco intercontinentale. Altrimenti ci rivediamo per le vacanze o forse dopo la pensione.
(1) A dire la verità fino alla tarda adolescenza fummo anche colpevolizzati dai più vecchi di "aver avuto tutto" ed "essere cresciuti nella bambagia". Quando ci ripenso e penso poi alle difficoltà che abbiamo invece incontrato provo una sorta di piacere perverso.
(2) "Per cultura personale" delirano alcuni. Per cultura personale mi leggo un libro sul treno o prima di dormire, non spendo anni della mia vita in un corso di laurea. L'investimento deve ripagare.
(3) Va detto che bisogna farsi un bel culetto: il salto di qualità nel mio caso è avvenuto dopo anni di studio molto duri. Non è sufficiente fare semplicemente il proprio dovere, è necessario sacrificare il tempo extra-lavorativo per conseguire obbiettivi ulteriori su cui poi capitalizzare.
(4) Con tutti i difetti attribuibili ai giapponesi, rimango sempre colpito dalla disponibilità delle aziende a formare il proprio personale. In Italia passa il concetto che uno dovrebbe quasi pagare per imparare un lavoro.
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